Il grosso dei guadagni degli indici azionari è generato da una manciata di azioni, serve altro per convincervi a non fare stock picking?!

Il grosso dei guadagni degli indici azionari è generato da una manciata di azioni, serve altro per convincervi a non fare stock picking?!

Per anni il dibattito tra “stock picking” e “diversificazione” è sembrato una questione di filosofia.
C’erano quelli che volevano scovare “il titolo giusto”,
e quelli che preferivano possedere “il mercato intero”.

Poi è arrivato uno studio destinato a cambiare tutto:
Hendrik Bessembinder, Arizona State University.

E i suoi numeri non lasciano spazio a interpretazioni:

i mercati azionari sono dominati da una piccolissima minoranza di società che generano quasi tutta la ricchezza di lungo periodo.

Il resto?
Si muove, ruota, scompare — e spesso non crea alcun valore reale per l’investitore, ma sicuramente ne crea per broker, avvocati, investment banker, pr e chi più ne ha più ne metta.

L’intuizione chiave: il mercato è una distribuzione estremamente asimmetrica

La ricerca di Bessembinder prende in esame tutte le azioni statunitensi dal 1926.
Non i soliti titoli noti, ma l’intero universo.

Ed emerge una verità sconvolgente:

  • il 96% dei titoli ha avuto rendimenti inferiori ai Treasury a lungo termine

  • il 4% ha generato tutta la ricchezza netta del mercato

  • lo 0,3% (pochissime aziende) ha generato la maggioranza della performance dell’indice

Significa che lo stock picking tradizionale è una battaglia statistica persa in partenza:
ti muovi in un mondo dove solo pochissimi titoli sono realmente responsabili del progresso a lungo termine.

Pensare di scegliere un paniere di azioni che vedi in qualche modo come "ottimale" e che questo possa in qualche modo avvantaggiarti nella tua esposizione azionaria è pericolosissimo, perchè se non "becchi" le zioni "giuste", il gosso del gidagno degli indici azionari nel futuro ti sarà precluso e anzi fose ti troverai a dover ingoiare tanta volatilità di prezzo per nulla.

Gli indici non funzionano perché “diversificano”: funzionano perché non escludono i futuri vincitori

Molti pensano che gli ETF o gli indici funzionino perché “mettono dentro un po’ di tutto”.
È vero il contrario.

Essi evitano l’errore più costoso: restare fuori dai pochi titoli che faranno la differenza.

 

Un portafoglio concentrato rischia di perdere il prossimo Amazon,
o il prossimo Nvidia,
o il prossimo Google.

E se lo perdi…
è matematicamente impossibile recuperare con gli altri titoli.

Gli indici, invece, hanno un comportamento molto intelligente:

  • se un titolo sale, aumenta automaticamente il suo peso

  • se un titolo fallisce, esce e vale zero

  • il portafoglio segue naturalmente i vincitori e abbandona i perdenti

È un meccanismo darwiniano perfetto.

La dura realtà dello stock picking: NON è una scelta di bravura, è una scommessa campionaria

Lo stock picking viene spesso venduto come un’attività nobile e professionale.
In verità, è soprattutto una forma sofisticata di lotteria con probabilità sfavorevoli.

Perché?
Perché ogni volta che scegli pochi titoli:

  • aumenti il rischio di non includere i futuri top performer (che sono rarissimi)

  • aumenti la probabilità di includere titoli che faranno peggio del mercato

  • esponi il portafoglio a shock idiosincratici che i grandi indici assorbono facilmente

In sintesi:

Il rischio di sbagliare supera di gran lunga la possibilità di “battere il mercato”.


La probabilità non è dalla parte dello stock picker.
È dalla parte della diversificazione.

 

 

Cosa significa questo per l’investitore moderno?

Significa che l’idea romantica di “scoprire il prossimo vincitore” è una strategia perdente.
Non perché manchi intelligenza o studio,
ma perché la struttura statistica dei rendimenti azionari lo rende quasi impossibile.

Ciò che funziona è invece:

  • possedere tanti titoli

  • accettare che pochi faranno il lavoro

  • lasciare che il mercato assegni naturalmente maggior peso ai vincenti

  • ridurre gli errori, invece di cercare il colpo di fortuna

È un cambio di mentalità profondo:
non “cercare il campione”,
ma non perdere il campione quando arriva.

Conclusione: la lezione definitiva di Bessembinder

Bessembinder ci mostra che i mercati non sono un’arena di titoli equivalenti,
ma una foresta darwiniana estrema, dove pochissimi alberi crescono senza limiti,
e la maggioranza sopravvive a malapena.

L’indice non vince perché è furbo:
vince perché non fa l’errore più grave.

La vera bravura, oggi, non è scegliere i titoli migliori.
È evitare la trappola di cercarli.

Ed è anche la prova definitiva che battere il mercato non è un'abilità ma un'eccezione satistica.

Ci sia concesso qui, in sede di chiusura del post un parallelo con l'immobiliare, dove di certo non troviamo la prossima Nvidia, ma dove se compro un appatamento, mettiamo, nel quartiere di Brera, sarà molto probabile che lo stesso segua le dinamiche del mercao di quella zona, che sarà tutta premiata o punita dalle sue dinamiche, generando una dispersione di molto inferiore nei ritorni economici all'investitore.

Vi dicono che comprare un singolo immobile è rischioso perchè "concentrate molto rischio" su un singolo asset, questo è vero ma il rischio che andate ad assumervi è incomparabilmente inferiore di quello che vi prendete andando a crrearvi un piccolo portafoglio azionario che potrebbe rimanere flat per anni a fronte di n mercato nel complesso che fa continuamente nuovi massimi.

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